Dopo la presa di Fidene avvenuta
nel 426 a.C. i Romani si posero, rispetto a prima, in una posizione di vantaggio
contro la città etrusca. La guerra fu combattuta a lungo da entrambe
le fazioni.
La città di Veio fu definita "Troia
etrusca", per la lunga resistenza che oppose ai Romani, nonostante
la posizione di isolamento in cui si trovava. Nell'assemblea che si era
tenuta nel tempio di Voltumna i rappresentanti delle città etrusche
della Lega dei Dodici Popoli ritennero, infatti, che non era opportuno difendere
Veio con una guerra a cui avrebbe partecipato la nazione intera.


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Il conflitto tra Roma e Veio durò
dieci anni (406-396 a.C.), e alla fine la città fu conquistata con
l' inganno: i Romani, comandati dal dittatore Furio Camillo, avevano scoperto
l'esistenza di un vecchio pozzo che passava sotto la città e dopo
averlo sgombrato l'utilizzarono per attaccare i nemici alle spalle. Dopo
la caduta di Veio il dittatore autorizzo il saccheggio: furono depredate
di ogni bene le case private, i palazzi, i templi e gli edifici pubblici.
Il dittatore fece vendere all'asta tutti i veienti e si impadronì
degli oggetti d'oro di notevole pregio, nonché delle pesanti porte
di bronzo della città. Le splendide terrecotte che ornavano il tetto
del tempio di Veio (tra cui menzioniamo il famoso Apollo), furono abbattute
o distrutte dai legionari romani, ma risparmiate dal saccheggio perché
di scarso valore economico.
La caduta di Veio provocò, come
scrive Livio, un indicibile entusiasmo nella città di Roma. Nell'
Urbe affluì l'imponente bottino di guerra che servi, poi, a placare
l'orda dei Galli che si era riversata a Roma dopo aver messo in rotta l'esercito
romano presso un fiumicello, l'Allia, che scorreva lungo la via Salaria.
Con la distruzione della città, qualcuno suggerì che sarebbe
stato opportuno ritirarsi a Veio, città che era stata saccheggiata
ma sostanzialmente integra per quanto riguarda l'edificato, ma fu la tenacia
di Camillo ad impedire l'esodo e ad esortare i Romani a ricostruire la loro
città.

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